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IL NOSTRO ZAMPINO!!!

Un vecchio proverbio afferma ”Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino…”

Noi lo abbiamo messo in pratica.

Come???

Non usando certamente gli zampini (anche se la maestra, a volte, leggendo la nostra grafia, dice

“Nemmeno una gallina con l’artrosi scriverebbe così!”), ma i pennelli.

E siamo andati davvero tantissime volte, non al lardo, ma ai barattoli con i colori.

Che miscugli per ottenere tinte sempre diverse!

E, a volte, che guai…

Sì, perché i pennelli colmi di colore se, per sbaglio o per sbadataggine, incontrano magliette o capelli, si fermano e lasciano la loro impronta.

Vi siete dimenticati della felpa lilla della Fra?

Povero Ami, MaFi lo stava per fulminare con lo sguardo, ma non aveva tempo da perdere, (perché l’acrilico o lo togli subito o rimane per sempre) e si è precipitata al lavandino per rimediare.

Alla fine il prodotto delle nostre pennellate, un pochino tremolanti, certe volte imprecise o troppo ricche di colore, non ci sembra poi così malaccio, anzi, se si osserva in lontananza, è soddisfacente.

Due quadri, ottenuti ripescando vecchi pezzi di compensato, lasciati lì ad intristire dietro un armadietto, rallegreranno una parete vuota dell’aula di Immagine e faranno compagnia al lenzuolo dei pittori in erba, che abbiamo realizzato in occasione del Carnevale di cinque anni fa.

E così si conclude il ciclo della nostra vita alla Scuola Primaria: i fiori e le forme geometriche, che riempiono le nostre “opere” testimonieranno che ci siamo impegnati e divertiti e, chissà, saranno ancora lì quando accompagneremo i nostri figli a scuola?

Allora potremo dire:- Vedi, quei fiori eravamo noi, allegri, vivaci, un po’ strampalati…

- E le forme geometriche, papà?

- Anch’esse ci rappresentavano: ogni forma un carattere, un temperamento, un’attitudine differente, proprio come ciascuno di noi della quinta “A”.

Ora, però, i loro contorni insicuri si sono trasformati e ognuno ha fatto la sua strada, che continua attraverso te, figlio mio…:

c’è ancora spazio sulle pareti, coraggio ora tocca a te!

MAFI ai suoi ragazzi della V A

PROGETTO LETTURA

IL  SEGRETO  DI  ICARO

Motivazioni della mia scelta

Ho letto questo libro alcuni anni or sono, durante un corso di aggiornamento sull’ “Animazione alla Lettura” e mi è sembrato così interessante (e ideale per un collegamento con Storia), da farmi ripromettere di proporlo ai miei alunni, non appena ne avessi avuto l’occasione.

Ebbene l’occasione è arrivata: il Progetto lettura  “Lib(e)ri” che da anni si sta proponendo nel nostro Istituto Comprensivo e al quale, dalla classe prima e con testi di difficoltà via via crescente, i miei alunni stanno partecipando.

Ho aspettato che i miei “bambini” fossero maturi per affrontare un testo impegnativo e avessero acquisito una tecnica soddisfacente ( mi riferisco a correttezza, rapidità, espressività e capacità interpretativa ), e che, soprattutto, fossero disponibili a provare  “il piacere della lettura”.

Stando alla partecipazione attiva e motivata, durante la lettura il classe, e ai risultati emersi dalla tabulazione dei dati  relativi al questionario (anonimo) proposto, mi pare che l’obiettivo sia stato raggiunto.

Mi auguro che rimangano “lettori” anche in futuro: conoscere apre la mente, aiuta a pensare e a decidere, a confrontarsi e spero anche a…volare oltre le difficoltà.

MAFI 5^ A

Mamma…non mi basta l’alfabeto

La mamma è

amore, Amore, AMORE

Bene immenso e incondizionato

Carezza dolce e delicata

Dono gratuito di se stessa

Entusiasmo nei giorni tristi

Fiore fragrante e delicato

Gioia scoppiettante che riscalda

Hotel a mille stelle

Impegno quotidiano

Luce nella notte

Musica d ninne nanne

Nido caldo e accogliente

Ombra che ristora

Parole di conforto

Quiete che rassicura

Risata fresca e cristallina

Sorriso che rassicura

Tenerrezza di caldi abbracci

Unica e per sempre mia

Vita donata a piene mani

Zaffiro prezioso

e poi ancora tutto  quanto il mio cuore ha dentro sè e non sa esprimere a parole.

MaFi

9 MAGGIO, FESTA DELLA MAMMA

AUGURI

A TUTTE LE

MAMME,

A QUELLE CHE NON  CI SONO PIU’ E A QUELLE CHE OGGI RICEVERANNO GLI AUGURI

A TUTTE QUELLE CHE SONO RIMASTE IN PIEDI TUTTA LA NOTTE TENENDO IN BRACCIO I LORO BIMBI,

A QUELLE MAMME CHE ALLARGANO SEMPRE LE BRACCIA PER CHIUDERLE ATTORNO AI LORO  “PULCINI”,

A QUELLE CHE FRA POCO LO DIVENTERANNO…

…E A QUELLE CHE FORSE NON LO SARANNO MAI, MA CHE NEL LORO ANIMO, MAMME,  LO SONO GIA’

AUGURI

ALLE   MAMME, CHE SANNO   SEMPRE PERDONARE,

E CHE DI ESSERE MAMME NON CESSERANNO MAI.

AUGURI… MAMMA!!!

GITA A COMO…..

CLASSE 5^A

LE ORIGINI DI COMO TRA STORIA E LEGGENDA

Como, che cinge in un dolce abbraccio l’estrema sponda del ramo occidentale del suo lago, coronato da una schiera di alture fra cui domina il monte di Brunate, è una città ridente e vivace, con industrie e monumenti che testimonia la sua antica storia.

La leggenda dice che la conca, in cui oggi si adagia la città, apparve un giorno come una visione di sogno agli uomini che per primi vi si affacciarono: le tranquille e limpide acque del lago si perdevano in paludi circondate da una fitta boscaglia: il silenzio regnava in quell’assoluta solitudine.

E quegli uomini si fermarono e costruirono sulle paludi alcune palafitte…

Anche la storia ci dice che le origini di Como sono antichissime: risalgono all’età del ferro, e quando, attorno al 700 a.C. gli Etruschi si impadronirono del luogo, quel villaggio di palafitte esisteva già da secoli.

Como fu poi occupata dai Galli Orobi e nel 200 a.C. dai Romani che la chiamarono col nome di Novum Comum.

MaFi

grafica: ELE – DANI – ScaVinc

…GITA A COMO…

LO ZAMPINO DI GIULIO CESARE

Il vero artefice e fondatore
ex novo
della colonia latina di Novum Comum è da tutte le fonti considerato Gaio Giulio Cesare.

Nel 59 a.C. con l’obiettivo di rafforzare Como ed il Lario, entrambi di importanza strategica quale via di comunicazione con i passi alpini verso l’Europa centrale, ed autorizzato da una legge  che gli conferiva il potere di proconsole, Cesare fonda, nell’area dove è ubicata ora la città, Novum Comum circondandola di mura e vi fa giungere 5.000 coloni tra cui 500 Greci.

Nel 49 a.C. Novum Comum acquisisce la cittadinanza romana e da colonia latina diventa municipio della repubblica romana: i Comensi hanno gli stessi diritti riservati ai cittadini di Roma.

MaFi

grafica: ELE – DANI – ScaVinc

…GITA A COMO…

GITA A COMO

LA “COMO ROMANA”

RELAZIONE (semiseria) DELLA VISITA DI ISTRUZIONE DEL 21.04.2010 (giorno del compleanno di Roma!)

Ragazzi, che scarpinata è stata per alcuni di noi, la visita ai

punti strategici di NOVUM COMUM!

Partenza dal Museo Civico e prima tappa in Via Zezio, dove vediamo i resti del porticato della  beati coloro che se la poterono permettere…) e Valentina, la nostra bravissima guida, ci mostra alcuni particolari: una parte del lastricato, i muri in pietra di Moltrasio, un accenno di nicchie che ospitarono, probabilmente, statue di divinità, i canali di scolo dell’acqua.

Peccato che la villa vera e propria sia sotto l’asilo che è lì accanto e così dobbiamo accontentarci di osservare la riproduzione della pianta sulla cartina, che ci accompagnerà lungo tutto il percorso.

CLICK, CLICK: è tutto uno scattare di flash! E via che si riparte…

Siamo in viale Lecco, dove sorgevano le terme; sulla cartina vediamo la riproduzione della struttura.

Ma le terme dove stanno? Ci hanno fatto un autosilo…

Intanto però ripassiamo la loro funzione, che ci facevano lì i Romani e come se la spassavano.

Niente CLICK, CLICK, perciò si riprende il cammino e facciamo sosta a
Piazza S. Fedele, che corrisponde all’antico FORO (tutti sanno che è la principale piazza delle antiche città a struttura romana?) proprio davanti all’omonima  chiesa.

Riecco i CLICK, CLICK, ma Valentina dice:- Bambini è dall’altra parte che dovete guardare!

Con un po’ di “esercizio visivo” ci accorgiamo che ci sono delle case strane, belle, particolari, certamente di altri tempi.

La nostra guida ci parla di un’antica struttura romana che ha subito, nel corso della storia, parecchie modifiche (è stata ricostruita per diventare il battistero di S. Giovanni in Atrio e poi abitazioni) e ci spiega che alcuni elementi architettonici e decorativi li rivedremo in altri luoghi, continuando il programma.

Cammina, cammina, arriviamo di fronte al Liceo “Volta” e Valentina ci invita ad osservare le colonne (caspita, qualcuno confonde pilastri e colonne!):

sono romane DOC, dal capitello corinzio (che è?!), uno stile architettonico inventato dai Greci e copiato dai Romani;

ci viene detto che le colonne, probabilmente, prima stavano nell’area di S. Giovanni in Atrio.

Anche qui è un tripudio di CLICK, CLICK…

Ma non è finito il TOUR e veniamo invitati a guardare una torre (PORTA TORRE) che a tutti sembra di epoca romana.

ERRORE!!!

È medievale, ma è stata edificata nei pressi dell’antica PORTA PRETORIA, l’ingresso principale della città.

Sui nostri fogli vediamo la ricostruzione minuziosa dell’originale
PORTA PRETORIA:

due torri poderose (in una c’è il passaggio dei pedoni) collegate da due fornici, sotto i quali transitavano i carri e i cavalli e sopra i fornici una struttura coperta ad arcate; ai lati delle torri si snodavano le mura con i camminamenti delle sentinelle.

Le ultramoderne macchine fotografiche (naturalmente digitali e tuttofare) sembrano dire:- Facciamo CLICK, CLICK?

A cosa, se i ritrovamenti della PORTA PRETORIA stanno sotto la scuola “T.Ciceri”?

Ha ragione Lorenzo quando scrive” Mi sono divertito molto, ho scoperto molte cose che non sapevo, anche se…mi aspettavo più ritrovamenti.”

Oh, ragazzi, fa caldo, siamo un po’ provati dalla camminata, non stiamo a vedere il pelo nell’uovo!

Si riparte… via per il Museo!

Valentina ci mostra, attraverso il plastico che sta nella “sezione romana” del Museo Civico di Como, come  la struttura del “cuore” della città sia quella caratteristica dell’accampamento romano:

forma rettangolare, mura di recinzione, vie squadrate che si delineano parallele alle due strade principali: il cardo e il decumano.

Ci fa riflettere sul perché siano state costruite mura solo lungo tre lati e troviamo la risposta: non servono mura dove c’è il lago perché è una barriera difensiva naturale!

Soprattutto ci aiuta a ripercorrere, ragionando, la visita alla COMO ROMANA e arriviamo alla conclusione:

la storia è andata ( e continua ad andare) avanti, strato dopo strato Como si è evoluta, anche riutilizzando le pietre e gli altri materiali che costituivano gli edifici in epoca romana.

Ci stavamo dimenticando del Fregio dei cavalieri, uno splendido bassorilievo che fa bella mostra di sé, insieme a molti altri reperti,  proprio qui,
al Museo Civico e recuperato dal complesso romano, diventato poi Battistero di S. Giovanni in Atrio…

Farina del sacco di MAFI … prodotta sulla base dei testi (un pochino rielaborati) dei ragazzi di 5^ A

grafica: ELE – DANI – ScaVinc

LA MAFIA E L’IMPEGNO DELLO STATO

 Non è semplice stabilire da dove derivi il termine “mafia”, termine che a noi tutti oggi è molto familiare. La derivazione più accreditata sarebbe dall’arabo marfud, da cui il siciliano marpiuni (imbroglione) marpiusu-mafiusu (mafioso).

Il fenomeno mafioso può essere analizzato a partire da un’ ipotesi di periodizzazione in quattro fasi:

1. una fase di incubazione, in cui si sviluppano fenomeni che possiamo definire “premafiosi”, dal XVI secolo ai primi decenni del XIX secolo;

2. una fase agraria, dall’unità d’Italia agli anni ’50 del XX secolo;

3. una fase urbano-imprenditoriale, negli anni ’60;

4. una fase finanziaria, dagli anni ’70 ad oggi.

L’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata è sempre stato emotivo, episodico, fluttuante, e motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica. È grave che le leggi contro la mafia siano state approvate solo dopo grandi omicidi, come se la classe politica dirigente dovesse essere costretta dagli avvenimenti a fare queste leggi e non avesse mai avuto una propria autonoma strategia antimafia.

I motivi dell’insuccesso che per tanti anni ha caratterizzato la lotta alla mafia sono numerosi. Innanzitutto, oltre alla potenza dell’ organizzazione mafiosa, la sua particolare struttura che la rende impermeabile alle indagini, le sue azioni sono frutto di una ideologia e di una subcultura. Non bisogna inoltre dimenticare la relativa giovinezza dello Stato italiano, a differenza di altri stati plurisecolari e ipercentralizzati.

 Ma c’è dell’altro: per venti anni l’Italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. La paralisi c’è stata quindi su tutti i fronti. La classe dirigente, consapevole dei problemi e delle difficoltà di ogni genere connesse a un attacco frontale alla mafia, senza peraltro alcuna garanzia di successo immediato, ha compreso che a breve aveva tutto da perdere e poco da guadagnare nell’ impegnarsi sul terreno dello scontro.

 E ha preteso di fronteggiare un fenomeno di tale gravità senza una mobilitazione generale, consapevole, duratura e costante di tutto l’ apparato progressivo e senza il sostegno della società civile. I politici si sono preoccupati di votare leggi di emergenza e di creare istituzioni speciali che, sulla carta, avrebbero dovuto imprimere slancio alla lotta antimafia, ma che in pratica si sono risolte in una delega delle responsabilità proprie del governo a una struttura dotata di mezzi inadeguati e priva dei poteri di coordinare l’ azione anticrimine.

Negli ultimi tempi, di fronte a delitti di mafia di grave allarme sociale, e stante la difficoltà di acquisire sufficienti elementi per pervenire a una incriminazione per gli omicidi, si preferiva battere la strada del terreno di coltura in cui era maturato il delitto e, di conseguenza, quella dell’ incriminazione per il reato di associazione per delinquere a carico dei componenti dell’ organizzazione. Gli imputati venivano rinviati a giudizio e l’opinione pubblica aveva l’ impressione che qualcosa stesse realmente muovendosi. Ma dopo non molto tempo, in fatti, i cosiddetti associati tornavano in libertà e solo una minima parte di essi veniva effettivamente condannata.

LEGGI

La legge La Torre, votata nel 1982, che ha introdotto lo specifico delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, studiata dunque per perseguire specificamente il fenomeno mafioso e per porre rimedio alla mancanza di prove, dovuta alla limitata collaborazione dei cittadini e alla difficoltà intrinseca nei processi contro mafiosi di ottenere testimonianze, non sembra che abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Essa continua, comunque, a rivestire grandissima utilità in tutte le indagini patrimoniali a carico di pregiudicati mafiosi, in quanto autorizza la confisca dei beni acquisiti illecitamente colpendo i mafiosi nel loro punto debole: ricchezza e guadagno. Questa legge, se ben utilizzata, offre al magistrato la possibilità di selezionare le persone sottoposte a indagini: da un lato, quelle per cui esistono prove inconfutabili del reato di associazione mafiosa; dall’ altro, quelle per le quali, pur in assenza di prove sufficienti per un processo, il sospetto di appartenenza alla mafia appare tuttavia fondato. Per queste il magistrato può ricorrere a misure di prevenzione a carattere personale e patrimoniale, in attesa di acquisire la prova per gli specifici delitti commessi.

Da 1982, data della prima importante legge antimafia, (la Torre), a oggi sono state approvate 52 leggi che hanno riguardato direttamente o indirettamente la criminalità mafiosa. Si tratta del complesso normativo più importante tra quelli dei Paesi che hanno problemi analoghi al nostro, sia per la completezza che per la capacità di incidere sulle caratteristiche strutturali delle organizzazioni mafiose.

LA LOTTA ANTIMAFIA

La legislazione antimafia interviene su dieci campi diversi, di carattere penale, finanziario e amministrativo:

a)    L’anticipazione del processo di formazione della prova nel processo penale, dalla fase del dibattimento, alla fase dell’ istruttoria,

b)   La limitazione della libertà personale dell’ imputato o del condannato per delitti mafiosi in forme più rigorose rispetto a quanto accade per gli altri imputati e condannati;

c)    Il controllo del patrimonio della persona accusata o condannata per mafia;

d)   Il potenziamento degli organismi di polizia;

e)   L’organizzazione delle procure della Repubblica;

f)    Il potenziamento dei mezzi che servono per acquisire notizie dall’ interno delle organizzazioni mafiose (intercettazioni ambientali, infiltrati ecc.);

g)   Il trattamento da assicurare ai collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”;

h)   La difesa del sistema legale dalle infiltrazioni della mafia;

i)     La tutela delle vittime della mafia;

j)    I rapporti tra mafia e politica.

 GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia.
Di loro si racconta infatti che quando erano ancora adolescenti giocavano a pallone nei quartieri popolari di Palermo e che fra i loro compagni di gioco c’erano probabilmente anche alcuni ragazzi che in futuro dovevano diventare uomini di “Cosa Nostra”.

E forse proprio  il fatto di essere siciliani, nati e cresciuti a contatto diretto con la realtà di quella regione, era la loro forza: Falcone e Borsellino infatti capivano perfettamente il mondo mafioso, capivano il senso dell’onore siciliano e capivano il linguaggio dei boss e dei malavitosi con cui dovevano parlare. Per questo sapevano dialogare con i “pentiti” di mafia, sapevano guadagnarsi la loro fiducia e perfino il loro rispetto.

Con Falcone e Borsellino e altri bravi magistrati comincia allora l’avventura del pool anti-mafia.

In pratica i magistrati di Palermo cercano di combattere la mafia così come negli anni precedenti si era combattuto -e vinto- il terrorismo. Grazie alla capacità dei magistrati di indagare e all’intelligenza di Falcone nel ricostruire la “geografia mafiosa” di quel periodo, un gran numero di mafiosi finisce in galera.

 In realtà questa grande, grandissima vittoria è anche il principio della fine per i due magistrati e forse è anche la loro condanna a morte.

Mi piace concludere con le parole del giudice Paolo Borsellino, pronunciate dopo la morte dell’amico , il giudice Giovanni Falcone.

“Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento… Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno”.

Ciò dimostra che non è necessario varare altre leggi. Serve, invece, un forte indirizzo politico per ottenerne dagli apparati dello Stato la più puntuale osservanza. La mafia non è una piovra, né un cancro, come molti ritengono. Questo è un atteggiamento irrazionale che giova solo alla mafia, perché la fa apparire invincibile. Essa, invece, non è né una bestia misteriosa né una malattia incurabile. È costituita da precise organizzazioni, da uomini, danaro, alleanze politiche, traffici militari. Bisogna smantellare le organizzazioni, sequestrare le ricchezze, fermare gli uomini. Tutto ciò non è impossibile, perché sappiamo ormai della mafia moltissime cose, e perché lo Stato, nonostante i numerosi insuccessi, ha più volte dimostrato che si può vincere.

Ins. Scaglione Vincenza